LA PASTA E’ DAVVERO ITALIANA?

Dopo l’obbligo di segnalazione in etichetta della provenienza del Latte, molto presto potremmo trovare la stessa indicazione anche sulle confezioni di Pasta secca.

 

Il dibattito sulla reale utilità della legge è ancora acceso, anche se la notizia è uscita nel dicembre 2016, quando il Ministro Maurizio Martina (Mipaaf), in accordo con Carlo Calenda (Ministro allo Sviluppo economico), ha inviato a Bruxelles lo schema per un decreto che obblighi i produttori di pasta ad indicare in etichetta la zona d’origine e di molitura del grano usato.

 

Questa iniziativa è nata in seguito alla Crisi sui prezzi del grano italiano dell’estate 2016 (crollo del prezzo del 42% rispetto all’anno precedente) e ad una consultazione pubblica online del ministero, che ha evidenziato come, su un campione di 26.000 cittadini, l’85% considera molto importante la trasparenza sull’origine dei prodotti alimentari.

 

Cosa troviamo ora e cosa troveremo

 

Ad oggi la provenienza d’origine delle farine usate per la pasta, non è data dal paese di coltivazione, ma dal paese di molitura, che nella maggior parte dei casi per questi prodotti, si trova in Italia, dando la possibilità di utilizzare la terminologia “da farina italiana”. Con il disegno di legge del Ministero invece, sarà d’obbligo apporre sulle confezioni di pasta secca, in modo ben visibile e leggibile, l’indicazione della zona d’origine del grano e la zona di molitura di questo, utilizzando le diciture:

 

a) Paese di coltivazione del grano: nome del Paese nel quale il grano viene coltivato

b) Paese di molitura: nome del Paese in cui il grano è stato macinato

Segnalando la Nazione, la dicitura “Paesi UE” o “Paesi non UE” in caso di diverse provenienze o, se il grano provenisse per più del 50% da un singolo Paese, per esempio l’Italia, si potrà usare la dicitura: “Italia e altri paesi UE/non UE”.

 

I Ministri Martina e Calenda commentano il decreto sottolineando l’importanza di valorizzare e rafforzare la filiera Made in Italy per fronteggiare la concorrenza, favorire la produzione e l’acquisto locale e dare massima trasparenza delle informazioni al consumatore, che diviene sempre più attento alla salubrità ed alla provenienza degli alimenti.

 

Non a caso il Mipaaf ha scelto di puntare la filiera della pasta per questo progetto: l’Italia è la Nazione leader a livello mondiale per la produzione di pasta di semola, con 3,4 milioni di tonnellate annue, per un valore di 4,6 miliardi di euro e un export di oltre 2 miliardi.

 

Quanta Italia c’è nella nostra pasta?

 

Davvero poca, infatti solo il 23% della pasta venduta in Italia può vantarsi di contenere Semola di grano duro proveniente soltanto da grano coltivato in Italia, in questa percentuale possiamo trovare De Cecco, Garofalo, Rummo, Libera Terra e Voiello (Barilla).

 

La Coldiretti, l’associazione di rappresentanza ed assistenza dell’agricoltura italiana, è pienamente favorevole al disegno di legge sulla provenienza, in quanto darebbe una spinta alla produzione di grano duro in Italia, che ad oggi ammonta a 4 milioni di tonnellate ma è in calo negli anni.

 

Al contrario, forti critiche sono nate dai grandi pastifici e soprattutto dall’ITALMOPA (Associazione Industriali Mugnai d’Italia). Quest’ultima associazione, che riunisce i mugnai di tutta Italia, ha rilasciato una serie di comunicati stampa a difesa del grano estero, sottolineando la sicurezza igienico sanitaria del grano straniero e chiarendo la necessità vera e propria di importare grano duro a causa dei deficit quantitativi e qualitativi della produzione cerealicola italiana. Infatti il settore mugnaio è costretto ad importare il 40% del grano duro utilizzato per la produzione di sfarinati che, oltre ad avere una qualità spesso migliore di quello italiano, “è ancora più controllato di quello proveniente dai campi italiani. Il frumento importato, infatti, rispetta pienamente la normativa comunitaria, che è tra le più severe al mondo” citando Ivano Vacondio, Presidente ITALMOPA.

 

La preoccupazione del settore è forte, al punto di far aprire un sito dall’associazione (www.infofarine.it) per risolvere ogni dubbio e richiesta del consumatore, che a causa delle false notizie a cui è soggetto, è spesso portato a ritenere malevolo e dannoso qualsiasi alimento che non provenga dall’Italia, senza la minima conoscenza della filiera del grano.

 

La soluzione dei Ministero

 

Ma il MIPAAF, sostenitore dell’intera filiera alimentare, non ha lasciato inascoltate le richieste di nessun di questa. Ha infatti stanziato un fondo da 30 milioni di Euro per il triennio 2017-2019, per l’avvio di un piano cerealicolo, atto ad aumentare la qualità del grano, remunerando gli agricoltori al raggiungimento dei parametri qualitativi minimi richiesti dall’industria mugnaia.

 

Inoltre sostiene in modo energico la sottoscrizione di contratti di filiera tra i diversi attori, per ottenere una giusta remunerazione di tutti, punta all’aumento del 20% della superficie coltivata a grano in Italia (da 80.000 a 100.000 ettari). Inoltre, con la collaborazione di ISMEA, ha istituito in via sperimentale, delle polizze assicurative aziendali ad hoc per i produttori di grano duro, in grado di coprire, oltre dai principali eventi atmosferici, anche dalle eccessive fluttuazioni di mercato del prezzo del grano, al fine di stabilizzare il ricavo aziendale.

 

Alberto Alliod

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