Quando una bevanda diventa una questione di stato...

“La birra è la prova che Dio ci ama e vuole che siamo felici” disse Benjamin Franklin. Da sempre l’uomo ha attribuito alla produzione della birra un’enorme importanza, tanto da coinvolgere la sfera del sacro e far intervenire i regnanti

 

Le fonti storiche parlano della sua esistenza già prima del V millennio a.C., nella terra della mezzaluna fertile. Questa zona era ideale per la coltivazione dei cereali e pare infatti che la birra si sia scoperta per caso: un po’ di pane o grano macinato si inumidì per sbaglio e lasciato da solo cominciò a fermentare, trasformando la mollica in una pasta semi-liquida dal gusto… inebriante! Per i Sumeri divenne la “bevanda che fa veder chiaro”, un prodotto così straordinario che vi era una dea della birra, Ninkasi. Ad ella era pure dedicato un inno! Dai sumeri la sua produzione si tramanda ai babilonesi e il re Hammurabi vi dedica una legge apposita nel suo famoso codice. La birra coinvolge nuovamente il mito: nell’epopea di Gilgamesh si può leggere che l’eroe la offre al selvaggio Enkidu.

 

E se l’importanza della birra aveva spinto Hammurabi a dedicarle una legge nel suo codice, in Egitto diventa addirittura uno strumento di potere. Essa veniva prodotta dalla classe dei sacerdoti, poiché la sua origine era considerata sacra, e veniva utilizzata anche per il lavaggio dei morti destinati alla mummificazione! Il faraone Amenophis IV proprio per sottrarre potere ai sacerdoti vieta la produzione di birra. Suo nipote però, il futuro Tutankamon, salito al potere ripristina la sua produzione.

 

Anche i Romani e i Greci apprezzavano la birra, ma qui viene surclassata dal vino, accompagnato dal culto di Bacco/Dionisio. Tuttavia nelle provincie settentrionali dell’impero romano, dove la coltivazione della vite è difficoltosa, la birra diventa la bevanda per eccellenza. Così la birra si diffonde in tutta Europa, con tante varietà, fra le quali era famosa la cerevisia gallica.

 

Nell’antichità l’arte della birra apparteneva alle donne, ma nel Medioevo si trasferisce nelle mani dei monaci. Nasce la figura leggendaria di Gambrinus: si dice che fosse un re delle fiandre, o soltanto un coppiere di Carlo Magno, ma comunque a lui si dovrebbe l’idea dell’impiego del luppolo, che aumentava la conservabilità della birra, aggiungeva gusto e freschezza. Mentre alcuni cominciarono ad utilizzare il luppolo, molti continuarono ad aromatizzare la birra impiegando il “grut” una miscela di varie erbe e spezie, ma fra queste potevano esservene anche di velenose! Infatti furono documentati insospettabili casi di decessi o di allucinazioni e di malessere cronico. La situazione divenne così grave che in Bavaria Guglielmo IV nel 1516 emise la “Legge della purezza” con cui stabiliva che la birra doveva essere fatta con luppolo, malto d’orzo e acqua, e pesanti punizioni per i trasgressori. In Inghilterra invece già tempo prima si erano stabilite dei riconoscimenti per la creazione di una birra sicura e buona: nel 1454 re Enrico IV concede la prima patente per la sua fabbricazione, alla Brewers’ Company.

 

Con l’avvento della rivoluzione industriale la produzione della birra diventa una vera industria, grazie soprattutto alla potenza della macchina a vapore (nel 1765), i primi impianti frigoriferi (nel 1871) e lo studio dei microrganismi (Pasteur studia la birra nel 1876 e nel 1883 Hansen riesce ad avviare una coltura cellulare di lieviti). Forte della tecnologia e della sua bontà, la birra viene prodotta e consumata sempre più anche nel nostro paese, tanto che i produttori di vino si sentono minacciati! Nel 1927 allora il parlamento promulga una legge che aumenta le tasse sulla birra, limita la sua vendita ai soli bar, ristoranti e birrerie, e impone che nella produzione si impieghi il 15% di riso. Infatti di esso ne avevamo in abbondanza, ma in quel tempo non c’era la tecnologia per impiegarlo senza perdere qualità! A differenza degli altri cereali infatti, il chicco di riso per sua natura è più difficile da maltare, i suoi granuli di amido sono poco solubili, difficili da agitare e tendono a bruciare se a contatto con pareti calde. Il risultato è un crollo della produzione: dai quasi 1,6 milioni di ettolitri del 1925 si passa ai 672.325 del 1930. La sua produzione risalirà a partire dal dopoguerra, a seguito dei cambiamenti politici che subisce il nostro paese.

 

E nel nostro paese oggi le industrie del vino e della birra convivono, con la presenza di grandi eccellenze anche nel campo di quest’ultima, (e con un crescente successo negli ultimi anni delle birre artigianali). Anche se siamo la patria del vino, non riusciamo a rinunciare a questo prodotto, diventato un simbolo di convivialità e allegria, forse perché, come recitava una massima dell’antico Egitto, “la bocca di un uomo completamente felice è piena di birra.”

 

Fabio Scarnato

 

 


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