Vietato chiamarli "scarti alimentari"

L'Italia viene sempre elogiata per il suo buon cibo e per le ottime aziende alimentari, di grandi o piccole dimensioni, che si distinguono per i loro prodotti e le loro tecniche produttive.

Un aspetto che, però, spesso non viene preso in considerazione, è che la produzione di alimenti comporta anche la formazione di scarti o  rifiuti  alimentari.

Con “rifiuti del processo alimentare” si intende «ogni sostanza commestibile, cruda o cotta, che viene scartata, o si intende scartare o è necessario scartare».

Ovviamente per produrre della pasta, biscotti, succhi, formaggi, vino servono diverse materie prime, che però non vengono utilizzate al 100%, ma produrranno inevitabilmente del materiale di scarto o meglio, come si preferisce chiamarli oggi, dei “sottoprodotti”.

Il sostantivo “sottoprodotti” è molto importante, perché permette di uscire dalla logica industriale “produci, usi e getti”, ma consente di introdurre il concetto di “ produci, usi e recuperi”, che anche la Comunità Europea sostiene e incentiva.

 

Per capire l'importanza di questo principio analizziamo un dato importante ed esemplificativo:

la sola regione Lombardia produce circa il 43% di tutto il latte italiano, ovvero 5 milioni di tonnellate all'anno, destinato soprattutto alla produzione di formaggi.

Di queste 5 milioni tonnellate, circa 2,5 sono però rappresentate dal “siero di latte”, un tipico sottoprodotto della filiera lattiero-casearia.

Com'è noto dal siero si può ancora produrre la ricotta o, in alcuni casi, esso può essere trattato e usato per la preparazione di altri prodotti. Alcune aziende destinano il siero alla produzione di mangimi per animali, rappresentando comunque un onere. Questi metodi  rappresentano alcune vie per il recupero di un prodotto che altrimenti andrebbe perso, che però risultano ormai poco interessanti in quanto sfruttano comunque una percentuale molto piccola, rispetto allo scarto totale.

Un impiego innovativo del siero di latte è  rappresentato dalla produzione di bioplastiche, ovvero polimeri biodegradabili o provenienti da fonti rinnovabili.  Questi materiali vengono già utilizzati per la produzione di sacchetti da spesa, film e alcuni contenitori per alimenti.

 

Un'altra ottima idea per il recupero degli scarti alimentari proviene da due studentesse siciliane, che hanno inaugurato la start-up dell'Orange Fiber, ovvero la produzione di filati a partire dalle bucce degli agrumi, in particolare dell'arancia.

Solo l'Italia produce, in un anno, circa 1 milione di tonnellate di pastazzo, ovvero il residuo umido che deriva dall'industria dei succhi di frutta e spremute.

Grazie ad un processo brevettato viene estratta la cellulosa contenuta in questo residuo, che successivamente è  lavorata in modo tale da produrre un filato lucido e resistente, simile alla seta, che può essere anche stampato, e utilizzato per produrre abiti dalle proprietà idratanti; infatti grazie alle nuove tecnologie è possibile fissare al tessuto gli oli essenziali, che poi vengono rilasciati gradualmente sulla pelle di chi lo indossa.

 

Un' azienda leader del settore alimentare italiano è sicuramente la Ferrero, che utilizza il 32% della produzione mondiale di nocciole per alcuni noti prodotti come crema spalmabile e cioccolatini.

La parte edibile della nocciola, però corrisponde solo al 43% del suo peso totale, perché la restante percentuale è rappresentata dal guscio e dalla cuticola.

Proprio il guscio viene spesso utilizzato per la produzione di combustibili, che però rappresenta un recupero molto grezzo e con un valore economico medio-basso.

Grazie ad un gruppo di ricerca universitario il guscio della nocciola è stato rivalutato, ed è ora possibile estrarre una fibra prebiotica chiamata “Axos”.

Per una corretta alimentazione il  consumo di fibra è molto importante, soprattutto per permettere una corretta attività intestinale, e dagli studi condotti è emerso che bastano 2,2 g di Axos al giorno per ottenere effetti benefici sul nostro organismo.

Inoltre anche la cuticola della nocciole è ricca di sostanze utili, come i polifenoli.

Anche in questo caso si stanno svolgendo degli studi per riuscire a recuperare questi  antiossidanti che possono trovare un nuovo impiego, soprattutto nell'azienda cosmetica o farmaceutica.

 

Si può dunque notare che i sottoprodotti dell'azienda alimentare possono diventare utili materie prime anche per altri settori.

Tutte queste tecniche vogliono evidenziare l'importanza dell'economia circolare, che permette di trasformare degli scarti in prodotti con un altissimo valore economico e morale.

Infatti la logica del recupero è ormai diventata una necessità, e vedere giovani italiani e aziende leader impegnarsi per progettare tecniche e materiali innovativi non può essere che un motivo di orgoglio.

 

Valentina Guarino

 


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