Polli gonfiati: continua la battaglia contro l'industria alimentare

Continuano le indagini contro le modifiche adottate da alcune industrie alimentari sulle carni avicole. Sono sempre più numerosi i video e le documentazioni che girano sul web, ma vengono prontamente censurate senza riuscire così a trasmettere e a diffondere questi discutibili processi industriali. 

 

La disinformazione del consumatore è una delle armi maggiormente utilizzate dalle industrie alimentari, fattore che determina un aumento delle quantità prodotte, ma un notevole abbassamento della qualità e della sicurezza dei prodotti immessi sul mercato. 

 

Una delle pratiche maggiormente utilizzate è proprio quella di addizionare acqua e proteine animali o semplici scarti carnei alla carne di pollo destinata a supermercati, ristoranti, scuole, take-away ed ospedali. 

 

La pratica del "Tumbling" consiste nel mettere i pezzi di pollo in grosse betoniere insieme ad acqua e materiali bovini e suini (principalmente scarti provenienti dai macelli). Il Paese con il maggior numero di industrie che utilizzano questa pericolosa tecnica risiedono nei Paesi Bassi. I prodotti "gonfiati" vengono esportati in gran parte dei paesi Europei, con una particolare traffico diretto nel Regno Unito

 

Sono diverse le ricerche che stanno cercando di venire a capo di questa misteriosa faccenda. Alcuni studi determinano risultati netti: tre quarti dei campioni analizzati, prelevati principalmente proprio nei due paesi precedentemente citati, sono risultati positivi, nonostante quest'ultimi riportassero le diciture di "petto" o "filetto" di pollo, termini utilizzati solo nel caso in cui il pollo non ha ricevuto alcun trattamento e non contiene nessun additivo

 

La metà dei polli analizzati ha rilevato la presenza di DNA di maiale, ma il materiale maggiormente utilizzato per gonfiare i polli è acqua e proteine idrolizzate, in genere ricavate da pelle o scarti di pollo e altri animali. L'aggiunta di questi prodotti è consentita dalla legge, purché lo si dichiari in etichetta, regola che raramente viene rispettata: 

  • il 60 % dei polli analizzati contenevano tra il 5 ed il 25% di carne "vera" in meno rispetto a quanto dichiarato e riportato in etichetta
  • il 72% riportava la dicitura "petto di pollo" o "filetto di pollo", nonostante come abbiamo detto in precedenza questi termini dovrebbero essere utilizzati solo nel caso di polli non addizionati. 
  • il 48% conteneva DNA di "non pollo", trovate soprattutto tracce di maiale e bovino

Purtroppo la verità continua ad essere poco chiara e non a portata del consumatore, il quale non può far altro che "fidarsi" di quanto viene riportato in etichetta. Con la speranza che queste indagini possano diffondersi il più possibile per permettere al maggior numero di persone di comprendere il trattamento illecito che viene riservato, in determinati casi, alla filiera alimentare della carne

 

Fonti: jadasupport.altervista.org; panorama.it

Tamion Jacopo

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