Quanto cibo sprechiamo? Come sta cambiando il mondo? Numeri alla mano...

Sono 1,3 miliardi le tonnellate di alimenti edibili destinati alle discariche (FAO 2011). Un terzo della produzione mondiale di cibo destinato al consumo umano è la proporzione di cibo “buttato”.

Non tutti sprecano allo stesso modo. Le perdite alimentari e il fenomeno dello spreco cambiano nelle diverse parti del mondo. 

 

Quale parte di mondo è la più sprecona?

 

Logicamente la parte di mondo che ha maggiori sprechi è quella con il maggior numero di abitanti. L’Asia industrializzata e il sud e sud-est asiatico coprono il 50% delle perdite e sprechi alimentari. Due parti del mondo sprecano per il 14%, l’Europa e l’America settentrionale (inclusa l’Oceania). Il restante 22% è ripartito tra Africa sub-sahariana, Africa settentrionale, Asia centrale e occidentale (FAO 2011/WRI 2013).

 

Per renderci conto delle diverse realtà un consumatore europeo o nordamericano spreca annualmente 95-115 kg di cibo. Nel sud-est asiatico o nell’africa sub-sahariana ne spreca 6-11 kg/anno (FAO 2011).

 

Cos’è che sprechiamo di più?

 

Sul podio troviamo frutta e verdura 45%. Pari merito per cereali e prodotti a base di pesce 30%. La medaglia di bronzo va ai prodotti lattiero caseari e la carne con il 20% (FAO).

Molti sprechi che riguardano la frutta potrebbero essere evitati attraverso leggi che per esempio obbligano i produttori di bevande analcoliche e succhi di frutta ad aumentare il contenuto di frutta nelle bevande, prediligendo la frutta agli aromi artificiali.

 

Quale impatto ambientale ed economico si ha su scala mondiale?

 

La quantità sufficiente per soddisfare i consumi domestici di acqua di una città come New York per i prossimi 120 anni”. Circa 250.000 miliardi di litri ogni anno sono la quantità di acqua, necessari a produrre il cibo che viene sprecato. La produzione di CO2 immessa nell’ambiente annualmente per produrre il cibo sprecato è di 3,3 miliardi di tonnellate. Il danno economico derivato dallo spreco si aggira intorno ai 1.000 miliardi di dollari l’anno.(FAO2013).

 

A casa nostra come siamo messi? 

 

 

Lo spreco alimentare domestico italiano si aggira attorno ad 8,1 miliardi di euro/anno. Parlando di quantità circa 1,4 milioni di tonnellate riguardano prodotti non raccolti e lasciati in campo, per ragioni legati al prezzo di vendita in relazione al costo di produzione. In altri casi il motivo è che l’offerta supera la domanda e questo può provocare un ulteriore deprezzamento del bene. Circa 2,2 milioni di tonnellate deriva dalla produzione industriale e 300 mila tonnellate dalla distribuzione commerciale. (Last Minute Market, dati ISTAT).

Chi ci rimette? Sempre i più deboli. Al posto di avere un andamento inversamente proporzionale all’aumento dello spreco, maggiore benessere dunque minore povertà, assistiamo a un fenomeno di aumento della povertà passando da 1.304.871 persone indigenti nel 2010 a 4.068.250 nel gennaio 2013 segnando una triste crescita del 47,2% (Relazione 2013 EGEA).

Qual è la direzione verso la quale ci stiamo dirigendo?

 

Tutte queste domande proposte nell’articolo con i relativi dati in risposta, ci aprono gli occhi sulla situazione immorale e insostenibile che stiamo vivendo. Con l’avvento nel 2007 della crisi economica e della lenta ripresa verso la quale ci stiamo avviando, con molta fatica, il divario sociale si è ancor più accentuato. Tuttavia non mancano le buone intenzioni a favore degli indigenti. La politica nazionale, smossa a livello europeo, si sta muovendo per elaborare una legge in discussione nel mese di marzo alla camera proprio sulla delicata tematica dello spreco alimentare.

Ad oggi vi è la legge n 155/2003 detta del “Buon Samaritano” che disciplina la distribuzione dei prodotti alimentari a fini di solidarietà sociale. Tuttavia l’aiuto prestato con le eccedenze alimentari ai più bisognosi, non basta a fermare l’emorragia dello spreco alimentare. Una presa di coscienza personale, una sensibilizzazione collettiva della società può essere il primo passo in avanti per un mondo più giusto ed equo.

 Luca Casile

Fonti: www.fao.org; ec.europa.eu; www.save-food.org; www.wri.org


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